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Autobiografia di mia madre, di Jamaica Kincaid

Writer: Michela Bilotta
Michela Bilotta
19 hours ago
2 min read

Questo libro si apre con uno degli incipit più belli che siano mai stati scritti: “Mia madre è morta nel momento in cui nascevo, e così per tutta la mia vita non c’è mai stato nulla fra me e l’eternità; alle mie spalle soffiava sempre un vento nero e desolato”.

Questo romanzo straordinario, nella traduzione di David Mezzacapa, è un gemito profondo che accompagna la protagonista sin dai primi vagiti, privati di quell’abbraccio materno che da assenza si fa ossessione. Dopo che la madre è morta di parto, Xuela, insieme a un fagotto di panni sporchi, sarà abbandonata dal padre, uomo ambizioso e anaffettivo per il quale non proverà mai un sentimento che vada oltre la curiosità e l’accettazione.

Anche quando il padre la riprende con sé per un breve periodo e poi, indotto dalla nuova moglie, l’abbandona di nuovo, affidandola alle cure di una coppia senza figli, Xuela si limita a constatare l’accaduto e a non riporre alcuna speranza nella mutata situazione. E con la medesima postura di fronte alla vita, Xuela, ormai cresciuta, accetta le attenzioni e, seppur incapace di ricambiarlo, l’amore di uomini più grandi di lei, rifiutando con fermezza, tuttavia, la possibilità di diventare madre: “Allora, forse, seppi che la bambina che era in me non si sarebbe mai acquietata abbastanza per permettermi di avere un figlio”.

Porterà per sempre dentro di sé la deflorazione dell’infanzia e un sentimento di sconfitta che si estende anche al suo popolo, quello caribico, umiliato e oppresso dai conquistatori europei. In questo straordinario romanzo, infatti, la perdita della madre si ripete e si moltiplica nella perdita, altrettanto dolorosa, delle radici del proprio popolo, mentre il colonialismo traccia senza pietà i confini tra vincitori e vinti.

Gettata nella “stanza nera del mondo” senza il conforto delle braccia materne a parare i colpi, tra un popolo ferito e dominato, la voce di Xuela si innalza potente nella scrittura di Jamaica Kincaid, una scrittura impetuosa e lirica al tempo stesso, che graffia a sangue, ma che pure offre balsamo e conforto.


LA CITAZIONE

«Dentro di me resta la voce che non ho mai sentito, il viso che non ho mai visto, l’essere dal quale io vengo. Questo racconto è il racconto della persona alla quale non è mai stato permesso di essere e il racconto della persona che io non mi sono concessa di diventare».

IL VINO

Il vino da abbinare a questa lettura è un Carignano del Sulcis, rosso sardo che cresce vicino al mare, battuto dal vento, come il "vento nero e desolato" che soffia nel libro, dal sapore sapido e selvaggio, che si sposa con i toni aspri e talvolta crudeli della narrazione.

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Chi sono

Mi chiamo Michela Bilotta, sono nata a Salerno, ma vivo da oltre dieci anni a Bruxelles, dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Ho pubblicato guide turistiche, racconti, manuali per concorsi a cattedra.  La Metrica dell'oltraggio è il mio primo romanzo.

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