La vita potenziale, Lavinia Bianca. Il conforto apparente della virtualità
- Michela Bilotta
- Sep 16
- 2 min read
Per chi ama la lettura, la tristezza per la fine dell’estate è sempre lenita dall’uscita di nuovi romanzi, alcuni dei quali molto attesi. E’ il caso de “La vita potenziale”, di Lavinia Bianca.
Ma qui occorre una premessa: se siete in cerca di letture confortanti, che accarezzino e riscaldino, come il tè al gelsomino o l’immancabile coperta di pile, non comprate questo libro.
Se, invece, accettate la sfida lanciata dall’editor Francesca de Lena, la quale afferma - rivendicando il genere femminile per un romanzo che, a torto, potrebbe essere definito maschile - “Lavinia è una femmina che vi fa vedere come si scrive”, sedetevi, respirate a fondo e iniziate.
La protagonista, Lavinia, è una giovane donna che, allontanatasi da una famiglia borghese e perbenista, è diventata una manager affermata. Ma le ferite dell’infanzia, un padre assente che non l’ha mai “vista” veramente, e una madre che sfoga nel fastidio verso le imperfezioni del corpo il suo disturbo depressivo, si sottraggono al desiderato processo di cicatrizzazione e continuano a sanguinare.
Fino a che punto si è disposti ad arrivare pur di essere visti? Fino a quale livello di aberrazione si riesce a prostrarsi pur di essere oggetto di quello sguardo pacificatore che ci è stato negato durante l’infanzia?
Questo romanzo vede la protagonista incedere e cadere in un parossistico passo a due tra la vita agita e quella potenziale, tra l’oltraggio della realtà e il conforto apparente della virtualità, attraverso la spasmodica ricerca di pratiche sessuali online, grazie alle quali sente finalmente di essere vista. Schiacciata da un attaccamento bambino a una figura materna “ammalata di incomprensione”, della quale, per eccesso d’amore, finisce per assimilare le malattie, Lavinia dà vita a un dualismo manicheo tra l’iperperformabilità in un lavoro dirigenziale che svolge funzione di compensazione e il piacere sessuale dal quale appare dipendente, e che diventa strumento di creazione e affermazione della sua, o meglio delle sue, identità.
Ma cosa succede quando questi due universi paralleli sfondano il muro perimetrale di confine?
“La vita potenziale” è un viaggio senza cinture nelle fauci della depressione e dei suoi meccanismi ricattatori, nella genitorialità manchevole e abdicante, un salto senza rete nel senso di inadeguatezza che si fa matrioska infinita e si spalanca osceno su nuovi paradigmi di infelicità.
Una nota a parte merita la lingua: la prosa è colta, letteraria, arguta, moderna, spiazzante, brillante, disturbante. Un viaggio sulle montagne russe di una sintassi che si mette in palcoscenico e che, a sipario chiuso, non si può che applaudire in piedi. E sì, Francesca de Lena ha ragione: Lavinia Bianca è una femmina che sa scrivere. E che non ha paura di mostrarlo.
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