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Quindici anni, Vigdis Hjorth

  • Writer: Michela Bilotta
    Michela Bilotta
  • 1 day ago
  • 2 min read

La prima cosa che ho pensato, leggendo Quindici anni, di Vigdis Hjorth (traduzione di Margherita Podestà Heir), è che per poterne apprezzare la grandezza occorre farsi piccoli. E possibilmente acquattarsi in un luogo nascosto, nel silenzio assoluto, così da poter percepire i sussurri di Paula, la quindicenne protagonista del romanzo.

In questo libro, infatti, tutto è lieve, bisbigliato, accennato. La prosa ha il tocco lieve delle carezze che riscaldano, le stesse che rassicurano Paula attraverso i rituali familiari che l’avvolgono come un gomitolo di lana. Il suo orizzonte è delimitato dagli sguardi dei genitori, rigidi osservanti cattolici, della sorella e del fratellino. Tutto, dalla scuola alle vacanze estive in casa della nonna, ha il sapore confortante di una vita tranquilla e abitudinaria, scandita da gesti e comportamenti sempre uguali. Le certezze di Paula si incrinano in un giorno d’estate, quando scopre che le lettere che la madre invia alla nonna raccontano una realtà ben diversa: non quello che accade davvero, ma quello che l’esigente nonna vuole sentirsi dire. E così la bocciatura a scuola della nipote si trasforma in una promozione a pieni voti, le difficoltà lavorative del marito in un’importante promozione, i silenzi familiari in preghiere scandite a ogni ora del giorno.

Il difficile apprendistato dello sguardo

Da quel momento per Paula nulla sarà come prima: come farà a conciliare la rigida dottrina familiare con questa nuova verità? Chi sono davvero i suoi genitori e perché hanno deciso di vivere una vita per procura, senza slanci e senza passioni? E quale sarà la rivalsa che Paula metterà in atto?

Quindici anni è una sottile anatomia della disillusione, in cui il passaggio all'età adulta coincide con la scoperta che ogni famiglia vive di narrazioni, omissioni e compromessi. Attraverso lo sguardo limpido della giovane Paula, la scrittrice mette in scena la frattura tra verità e rappresentazione, trasformando la crisi adolescenziale in una riflessione di ascendenza ibseniana sull'autenticità e sul peso delle convenzioni. Con una prosa essenziale, precisa e psicologicamente acuminata, l'autrice conferma la sua capacità di fare della vita domestica il luogo privilegiato dei grandi conflitti morali. Un romanzo elegante e perturbante, che ricorda come il primo vero atto di libertà sia imparare a guardare la vita con i propri occhi, senza più accettare illusioni ereditate.

IL VINO

Lettura da abbinare a un Riesling della Mosella: grande bianco, la cui lieve dolcezza iniziale lascia emergere una sorprendente profondità. Come l'adolescenza raccontata nel romanzo: apparentemente lieve, ma attraversata da inquietudini profonde.

LA CITAZIONE

“Paula non riusciva a concentrarsi, avvertiva uno strano fremito in corpo.  Non vedeva l’ora che tutto finisse, non vedeva l’ora di aver affrontato quel momento e di trovarsi dall’altra parte perché così avrebbe potuto scoprire con calma e tranquillità cosa le aveva fatto, perché le avrebbe fatto qualcosa, era ansiosa di sapere cosa. Solo quando qualcosa finiva, si capiva cos’era stato e qual era il significato, benché nulla finisse e passasse mai definitivamente”.

 


 
 
 

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Chi sono

Mi chiamo Michela Bilotta, sono nata a Salerno, ma vivo da oltre dieci anni a Bruxelles, dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Ho pubblicato guide turistiche, racconti, manuali per concorsi a cattedra.  La Metrica dell'oltraggio è il mio primo romanzo.

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