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La memoria delle foglie, Gianni Solla

  • Writer: Michela Bilotta
    Michela Bilotta
  • 11 minutes ago
  • 2 min read

Se dovessi sintetizzare in una frase l’universo narrativo de La memoria delle foglie, di Gianni Solla, direi che è un libro che parla di interruzioni. Interruzioni che assumono il volto di ostacoli da superare, tagli da ricucire, crepe da colmare. E intorno alle quali si sviluppa il vissuto di personaggi posti nella condizione di dover ricominciare, liberandosi dalle trappole emotive che li imprigionano.

Il protagonista, Lorenzo, ritorna quasi per caso nel vivaio della sua infanzia, una volta gestito dai genitori, in un momento in cui la sua vita appare segnata da una lunga teoria di perdite: il dolore mai sopito per la morte della moglie, un rapporto ambivalente con i figli, la precarietà lavorativa e il senso, più profondo, di aver smarrito la propria identità.

Grazie all’amicizia con Renato, custode del vivaio, lentamente Lorenzo si troverà a dar nuova vita a un luogo nel quale la memoria sfugge alla condizione di archivio inerme e si fa organismo palpitante.

Il vivaio come simbolo della vicenda umana

Di questo libro ho amato in particolare la scrittura: la penna di Gianni Solla ha il dono di trasformare la fragilità dell'esistenza in materia poetica, senza mai indulgere nel sentimentalismo. La prosa è sorvegliata, limpida, attraversata da una malinconia luminosa, mentre le descrizioni del vivaio diventano un lessico simbolico attraverso cui leggere la vicenda umana. Le piante, con i loro innesti, le potature, le radici e le fioriture tardive, rimandano alla condizione stessa dell'uomo, sospeso fra ciò che è stato reciso e ciò che ancora può rinascere.

Ho apprezzato molto anche l’ambientazione in una Napoli che sfugge ai luoghi comuni e si fa spazio appartato, quasi laterale, dove sopravvivono mestieri antichi e una lingua che conserva ancora il potere di dare un nome alle cose. In questo senso il vivaio diviene un luogo di resistenza contro la dispersione della memoria e contro l'impoverimento dei legami.

Davvero felice l’intuizione del titolo: le foglie sono ciò che inevitabilmente cade, ma sono anche ciò che, decomponendosi, restituisce nutrimento alla terra. Così la memoria, nel romanzo, non è nostalgia sterile né culto del passato: è il terreno fertile dal quale può germogliare una diversa possibilità di futuro.

IL VINO

Il vino da abbinare a questa lettura è il Fiano di Avellino DOCG, bianco dalla straordinaria capacità di evolvere nel tempo. Un vino della memoria e dell’attesa che, come il romanzo, rivela le sue sfumature lentamente.

LA CITAZIONE

“Siamo una di quelle famiglie che non è riuscita a superare quello che le è accaduto. Facciamo parte della maggioranza. Si va avanti comunque perché le cose continuano ad accadere. La differenza sta in quanto si è in grado di ripararsi”.


 
 
 

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Chi sono

Mi chiamo Michela Bilotta, sono nata a Salerno, ma vivo da oltre dieci anni a Bruxelles, dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Ho pubblicato guide turistiche, racconti, manuali per concorsi a cattedra.  La Metrica dell'oltraggio è il mio primo romanzo.

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