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Lo show, don’t tell è morto: lunga vita allo show, don’t tell!

Se vedi una pinna, non sempre è uno squalo. Eccoci davanti a uno dei dogmi più famosi della narrativa contemporanea.
Il famigerato:
SHOW, DON’T TELL!

show don't tell

Ieri pomeriggio stavo leggendo un romanzo appena uscito per una piccola casa editrice.

A un certo punto mi imbatto in questa frase:

«Anna si sistemò nervosamente i capelli.»

Ho sorriso.

Non perché la frase fosse particolarmente divertente.

Ma perché ho sentito risuonare nella testa la voce collettiva di tutti i corsi di scrittura creativa del mondo:

NO.

NON SI FA.

SHOW, DON’T TELL!

E in effetti, nei corsi di scrittura creativa, una frase come questa viene spesso utilizzata come esempio di ciò che non bisogna fare.

Il motivo è semplice: se puoi mostrare qualcosa, perché raccontarlo?

Ed eccoci davanti a uno dei dogmi più famosi della narrativa contemporanea.

Il famigerato:

SHOW, DON’T TELL

Solo che c’è un problema.

Non è così semplice.

Lo show, don’t tell è forse la tecnica narrativa più diffusa, divulgata e, soprattutto, fraintesa.

Il principio, semplificando, è questo:

Non scrivere che un personaggio è disperato, arrabbiato, deluso o presuntuoso.

Fammelo vedere.

Il lettore non deve soltanto sapere.

Deve sentire.

Fin qui, tutto bene.

Il problema nasce quando trasformiamo una tecnica in una religione.

Perché a quel punto succede una cosa curiosa: il tell, cioè il racconto, viene trattato come un peccato capitale.

E non dovrebbe esserlo.

Ma prima vediamo perché lo show funziona.

Prendiamo questa frase:

Stefano era presuntuoso.

Il lettore sa immediatamente qualcosa di Stefano.

Ma lo sa perché glielo abbiamo detto noi.

Proviamo invece a metterlo in scena.

«Qual è il suo principale difetto?» gli chiese il responsabile delle risorse umane.

Stefano sorrise.

«So che sarebbe opportuno dirne uno. Tuttavia sono davvero convinto di essere la persona perfetta per il ruolo che state cercando.»

«Quindi non ha nessun difetto da dichiarare?»

«Non in questo caso.»

Si appoggiò allo schienale della sedia.

Non abbiamo mai scritto:

Stefano era presuntuoso.

Eppure lo abbiamo capito.

Questo è lo show.

Non diciamo al lettore cosa deve pensare del personaggio.

Gli forniamo gli elementi per arrivarci da solo.

Ed è proprio qui che entra in gioco una delle cose più belle della narrativa:

il lettore partecipa.


Adesso prova tu
Quale di queste frasi ti fa sentire meglio la paura di Anna?

A

Anna era terrorizzata.

B

Anna si tormentava le mani.

C

Anna guardò la porta. Poi l’orologio.
Erano passate tre ore.

Quale scegli?

La risposta più ovvia è probabilmente B o C.

Ma attenzione.

Non esiste una risposta automaticamente giusta.

Ed è questo il punto che spesso dimentichiamo quando parliamo di show, don’t tell.

Una regola pericolosa

Prendiamo un altro esempio.

«Credi che se la caverà?» chiese Anna nervosamente.

L’avverbio nervosamente ci spiega lo stato d’animo di Anna.

Potremmo sostituirlo con:

«Credi che se la caverà?» chiese Anna, tormentandosi le mani.

Meglio?

Probabilmente sì.

Ma potremmo fare ancora un passo.

«Credi che se la caverà?»

Anna guardò l’orologio.

«Sono passate tre ore»

Qui non abbiamo neppure bisogno di dirci che Anna è nervosa.

Lo capiamo.

E forse capiamo anche qualcosa in più.

Che sta aspettando.

Che ha paura.

Che il tempo non passa.

Che quelle tre ore significano qualcosa.

Lo show non consiste quindi semplicemente nel sostituire:

nervosamente

con:

si tormentava le mani.

Altrimenti avremmo soltanto sostituito un’etichetta con un gesto.

E se tutti i nostri personaggi nervosi cominciano a mordersi le labbra, tamburellare con le dita e tormentarsi le mani, abbiamo creato un altro problema.

Abbiamo trasformato lo show in un repertorio di tic narrativi.

Il vero show non è “far vedere”.

È far dedurre.

Questa, per me, è la distinzione importante.

Se scrivo:

“Marco era geloso”, sto fornendo un’informazione.

Se scrivo:

“Marco prese il telefono di Anna mentre lei era in bagno.
Guardò lo schermo.
Quando sentì scorrere l’acqua, rimise il telefono esattamente dove l’aveva trovato”.

Non sto dicendo al lettore cosa deve pensare.

Gli sto dando qualcosa da interpretare.

E il lettore, facendo quel piccolo lavoro, entra nella storia.

Ogni volta che penso allo show, don’t tell mi viene in mente un personaggio che con la scrittura creativa, apparentemente, c’entra poco:

Violetta.

La Traviata, Giuseppe Verdi.

C’è un momento preciso in cui Violetta, dopo aver ceduto per un attimo all’idea di poter avere una vita felice con Alfredo, si riscuote.

E canta:

«Follie! Follie! Delirio vano è questo!»

Potrebbe semplicemente spiegare tutto.

Potrebbe dirci:

Mi sono illusa. Sono una cortigiana. Questa felicità non può durare. Devo tornare alla realtà.

Ma il teatro non funziona così.

Violetta agisce.

E ogni regista può scegliere un gesto diverso.

Un guanto.

Un fiore.

Un bicchiere.

Una scarpa.

Una volta ho assistito a una versione in cui il gesto era ancora più violento: Violetta si strappava la scollatura del vestito.

Non importa quale oggetto venga scelto.

Il principio è lo stesso.

Il corpo racconta ciò che le parole non spiegano.

Ed è proprio questo che fa lo show.

Non ci dice soltanto:

Violetta è disillusa.

Ce lo fa vedere.

Ma adesso facciamo una cosa controintuitiva: smettiamo di mostrare.

Perché se prendiamo lo show, don’t tell alla lettera, rischiamo di scrivere romanzi lentissimi.

Marco e Anna sono a cena.

Devo necessariamente raccontare:

Marco entra.

Si siede.

Prende il menu.

Legge gli antipasti.

Ordina il vino.

Anna ordina il risotto.

Arriva il cameriere.

Arriva il pane.

Marco beve.

Il cameriere porta il primo.

E così via.

No.

A meno che qualcosa di tutto questo non sia importante.

Se il romanzo deve fare un salto temporale di due anni, non devo raccontare i 730 giorni che lo compongono.

Se devo portare il lettore da una scena all’altra, posso semplicemente dirgli:

Due anni dopo.

E andare avanti.

Questa è una cosa che spesso dimentichiamo: anche il tempo narrativo è uno strumento.

Posso rallentare.

Posso accelerare.

Posso fermarmi su un gesto.

Posso saltare due anni.

Posso raccontare in tre righe qualcosa che è accaduto in tre mesi.

Posso dedicare tre pagine a qualcosa che è durato trenta secondi.

La domanda non è:

Devo mostrare o devo raccontare?

La domanda è:

Dove voglio che il lettore si fermi?

Il consiglio, allora, è questo.

SHOW quando vuoi far vivere qualcosa.

Un’emozione.

Una tensione.

Un conflitto.

Un personaggio.

Un momento decisivo.

TELL quando vuoi far avanzare qualcosa.

Un passaggio di tempo.

Un’informazione.

Un collegamento.

Un riassunto.

Un tratto della storia che non merita di diventare una scena.

Perché un romanzo composto soltanto di showing tende a diventare lento e pesante.

Un’opera che fa uso solo di telling rischia di diventare piatta e distante.

La scrittura migliore nasce dall’equilibrio.

Lo so, lo so…non abbiamo mica scoperto l’acqua calda!

Tuttavia, se fosse così semplice, non avrei letto che «Anna si sistemò nervosamente i capelli», non mi sarei innervosita a mia volta e…non avrei scritto questo articolo;)

E ora, che ne dici di metterti alla prova?

Prova a scrivere una scena di massimo 150 parole in cui un personaggio è geloso.

Ma c’è un problema.

Non puoi usare queste parole:

geloso · invidioso · arrabbiato · triste · nervoso · preoccupato

Non puoi neppure spiegare direttamente quello che prova.

Devi mostrarlo.

Puoi usare:

dialoghi

gesti

silenzi

oggetti

dettagli

quello che il personaggio guarda

quello che evita di guardare

quello che dice

soprattutto, quello che non dice

Poi fai una seconda versione della stessa scena.

Questa volta puoi usare tutte le parole che vuoi.

Ora confronta le scene.

Quale funziona meglio?

Ma soprattutto:

In quale punto hai capito che il personaggio era geloso?

Hai mostrato l’emozione oppure ho semplicemente nascosto il suo nome?

Perché non basta togliere la parola geloso.

Bisogna fare in modo che il lettore lo scopra.

E quando lo scopre da solo, succede qualcosa di interessante.

Per un istante, la storia diventa sua.

Ed è proprio lì che comincia la scrittura.


Nella prossima “puntata”, vi va di scoprire come i grandi della letteratura hanno usato lo show don’t tell?

Eppure… non era stato ancora inventato;)

foto quarta di copertina.jpg

Chi sono

Mi chiamo Michela Bilotta, sono nata a Salerno, ma vivo da oltre dieci anni a Bruxelles, dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Ho pubblicato guide turistiche, racconti, manuali per concorsi a cattedra.  La Metrica dell'oltraggio è il mio primo romanzo.

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