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Cinquanta sfumature di esordienti

Guida semiseria per fingersi alcolizzati, vissuti e al sesto romanzo

esordienti

Vi è mai capitato di leggere romanzi nei quali i dialoghi sono intervallati da continui: “Lui disse, lei rispose, lei commentò, lei osservò, lui constatò”?

A me capita spesso, soprattutto leggendo i romanzi degli esordienti.

Si tratta di ingenuità che difficilmente un editor con un minimo di esperienza lascia passare. Ed essere esordienti, oltre a non implicare necessariamente l’essere a digiuno di tecniche narrative, non significa non meritare un lavoro di editing, anche se pubblichiamo, come sovente accade, con una piccola casa editrice. E se una casa editrice non fa editing sul nostro libro, non è seria. Ma quali sono le ingenuità che ci classificano subito come esordienti privi di esperienza e/o di talento?

In ordine sparso:

I lunghi spiegoni: ovvero “questo libro è infarcito di spiegazioni per venire incontro alle vostre limitate capacità deduttive”.

I buchi di trama: ovvero come far finta che siano finali aperti.

Il plagio spacciato per omaggio. Perché, ammettiamolo, l’originalità è sopravvalutata.

Le frasi ingarbugliate spacciate per metafore esistenziali.

La sindrome di Joyce: ovvero se non riesci a scriverlo, prova a dire che è un “flusso di coscienza”.

Le incongruenze che si fanno “realismo magico”: ovvero se il tuo personaggio muore nel capitolo dieci e poi riappare nel capitolo trenta, invoca l’asilo politico del realismo magico. Il tuo personaggio non è risorto, è una proiezione del senso di colpa del protagonista, ma potrebbe anche essere quello del lettore. O di entrambi.

I personaggi che si svelano sin dalla prima apparizione: ovvero ho l’ansia da prestazione, quindi meglio che mi tolga subito il pensiero.

Personalmente gli errori ai quali cerco (non ho mica detto di riuscirci) di prestare maggiore attenzione sono:

I personaggi che parlano tutti con lo stesso registro linguistico, cosicché lo zio Peppino con la quinta elementare sfoggia lo stesso eloquio del professore universitario con cui sta dialogando (perché poi dovrebbe dialogare proprio con un docente universitario fa parte del capitolo “incongruenze e dintorni”).

I protagonisti bidimensionali e i cliché: ovvero il detective tormentato da un oscuro passato, il maggiordomo assassino (lo sappiamo che non esiste, ma è un cliché citarlo), l’orfano sfigato che si riscatta, il mentore che muore alla fine del romanzo.

L’aggettivazione inutile: ovvero devo riempire la pagina. E se non scrivo “un giovane ragazzo” non arrivo a cinquecento parole. Non è un refuso, è avanguardia: ovvero l’arte di inventare la punteggiatura
In merito alla punteggiatura, una tendenza che ho scoperto piuttosto ricorrente negli ultimi tempi, e che mi fa sanguinare gli occhi, è quella di separare con la virgola il soggetto dal verbo. Più spesso se la frase è molto lunga, come a dire: tanto ormai chi se lo ricorda più il soggetto?

Di solito, in questi casi, lo scrittore intende conferire una pausa, tipica del parlato, alla frase. Peccato, però, che sia un errore. A questo punto, se proprio volete creare una pausa, infilateci un’incisiva (rigorosamente tra virgole).

Alla fine della fiera, cosa fare per non sembrare esordienti sprovveduti?

Di certo seguire corsi di scrittura creativa aiuta, studiare manuali di narratologia, se volete. Ma, soprattutto, leggere, leggere, leggere. I grandi, i classici, i contemporanei, le guide semiserie su Substack;) … respirare le parole, assorbire le strutture narrative, emozionarsi, lasciarsi sedurre.

E chissà che, finalmente, se lui dice, lei non risponda.

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Chi sono

Mi chiamo Michela Bilotta, sono nata a Salerno, ma vivo da oltre dieci anni a Bruxelles, dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Ho pubblicato guide turistiche, racconti, manuali per concorsi a cattedra.  La Metrica dell'oltraggio è il mio primo romanzo.

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