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L’incipit: chi ben comincia…

Dicono che le prime parole non si scordano mai: le altre, invece, non si trovano, verrebbe da aggiungere. Tuttavia, chi sono io per smentire una lunga tradizione di altisonanti (e confortanti) proverbi?
Dunque, ecco le mie elucubrazioni sull’amato/odiato incipit.

l'incipit

Dicono che le prime parole non si scordano mai: le altre, invece, non si trovano, verrebbe da aggiungere. Tuttavia, chi sono io per smentire una lunga tradizione di altisonanti (e confortanti) proverbi?
Dunque, ecco le mie elucubrazioni sull’amato/odiato incipit.
Definito da Italo Calvino come “il momento di distacco dalla molteplicità dei possibili”, l’incipit è un elemento fondamentale nella narrazione. Ha il compito di attirare l'attenzione di chi legge, di rendere credibile l'universo narrativo che andiamo a raccontare, di fornire al lettore e alle lettrici gli elementi caratterizzanti della nostra scrittura.
L'incipit è come la prima impressione: non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione. Ne consegue che, se l'incipit è scritto male, è noioso, è poco credibile, difficilmente il lettore proseguirà nella lettura.
Leggenda metropolitana vuole che alcuni editor si limitino a leggere le prime venti e le ultime venti pagine di un romanzo per capire se è pubblicabile o no. Appare evidente, quindi, come l'incipit sia un capitale preziosissimo da amministrare con cura e attenzione.
Ma cosa ci dicono gli incipit di alcuni dei romanzi più famosi della letteratura mondiale?

Analizziamone tre:

Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen:
“È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo provvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di moglie”.
Meno di due righe e abbiamo già scoperto alcune delle caratteristiche salienti del romanzo: l'ironia, la messa alla berlina degli usi e dei costumi della società del tempo, il tono di voce che dobbiamo aspettarci dal resto della narrazione. Quella che potrebbe sembrare una constatazione neutrale, infatti, diventa una critica sottile all'ossessione della società per il matrimonio come unico mezzo di successo per una donna, soprattutto se accompagnato dalla ricchezza. La frase funge da dichiarazione di intenti per il romanzo, anticipando come i valori materiali e sociali influenzeranno la vita dei personaggi. Presentando la sua critica come una "verità universalmente riconosciuta", Austen coinvolge direttamente il lettore, invitandolo a mettere in discussione questa stessa "verità" e a prepararsi a un'analisi ancora più profonda e divertente dei valori sociali che verranno svelati nel corso della storia.

Le braci, Sandor Márai:
“In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all'alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fece ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato”.
In questo incipit viene subito introdotto l'elemento di sorpresa che interrompe la quiete della scena, ovvero l'arrivo di una lettera. Queste poche righe sono estremamente efficaci nel delineare sia il paesaggio all'interno del quale si muove il protagonista, sia l'identità del protagonista. Apprendiamo, infatti, che ci troviamo in un ambiente rurale e che il protagonista è un generale. Bellissimo l'accenno alle pietre ricoperte di muffa, a indicare il tempo che passa e anche una nota di incuria, ma soprattutto a introdurre quella che molti critici hanno definito la vera protagonista del romanzo: l’attesa.

La metamorfosi, Franz Kafka:
“Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi”.
"Che mi è accaduto?" pensò. Non era un sogno.
Questo incipit famosissimo ci permette di ritornare al già descritto patto con il lettore e alla sospensione dell'incredulità. Chi legge viene immediatamente immerso in una scena surreale: un uomo trasformato in uno scarafaggio. E' qui che, dopo lo sgomento iniziale, il lettore assorbe l'informazione, ne prende atto e prosegue nella lettura. O forse no. Ma questo incipit è talmente bello che sicuramente al maggior parte dei lettori quasi sicuramente decide di proseguire, se non altro per scoprire come mai il protagonista si sia trasformato in un insetto, cosa che, peraltro, e anche qui sta la sua genialità, Kafka non spiega mai.
Una chicca sulla quale vorrei indirizzare la vostra attenzione: la sollecitazione della memoria motoria nella descrizione della coperta che sta per scivolare a terra, l'accenno di un movimento che forse si compirà, o forse no. E’ un espediente narrativo per coinvolgere i sensi di chi legge e creare un maggior coinvolgimento nella scena.

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Chi sono

Mi chiamo Michela Bilotta, sono nata a Salerno, ma vivo da oltre dieci anni a Bruxelles, dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Ho pubblicato guide turistiche, racconti, manuali per concorsi a cattedra.  La Metrica dell'oltraggio è il mio primo romanzo.

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